Christa Harmotto: “Attitude with Gratitude”

Scritto da on ott 22nd, 2012 e archiviato sotto la categoria Interviste, Notizie, Serie A1. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

Christa Harmotto, centrale titolare della Nazionale USA fresca medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra 2012, è sicuramente una delle più forti interpreti del suo ruolo, a livello mondiale. Cresciuta pallavolisticamente nella Penn State University, la migliore scuola della East Coast americana, “Chris” ha nella potenza e nella velocità di attacco, nonchè nell’intelligenza difensiva a muro, i suoi punti di forza. L’esperienza in Cina, al seguito di Lang Ping, le ha permesso (oltre a migliorare tecnicamente grazie alla velocità del servizio, prerogativa del volley asiatico) di crescere anche dal punto di vista umano e di prepararsi a lasciare il suo Paese per la carriera “Pro”, che gli USA non contemplano. Modena ha saputo conquistarla e il rinnovo del contratto, avvenuto prima del termine della scorsa stagione, deve essere visto come un successo per tutto il movimento nostrano. Atlete di questo livello danno lustro al nostro campionato.

Partiamo dalla tua esperienza alla Penn State University: com’era la vita al College?

Penn State è stato come una seconda casa per me. Là ho studiato per diventare insegnante di scuola elementare. E’ stata un’esperienza fantastica, partendo dal modo in cui l’Università e la sua squadra erano organizzate. Al College ho appreso il motto “Attitude with Gratitude” che sta a significare che ad ognuno viene riconosciuto l’apporto dato alla vita, ai successi dell’Istituzione. Penn State ti aiuta, ti sostiene, è come una famiglia quando sei lontano dalla tua famiglia. Questa atmosfera mi ha convinta ad andare alla Penn State. Io provengo da una piccola città, per questo avevo bisogno, lasciata la mia casa, di andare in un posto che potesse farmi sentire a mio agio, in famiglia appunto. La stessa cosa mi è capitata qui a Modena. Alla Penn ero con Alisha (Glass), con altre tre giocatrici che poi ho ritrovato in Nazionale, sono stati momenti fantastici.

Negli USA è meglio cominciare a giocare a livello studentesco, giocare e studiare, in modo da capire se c’è la possibilità di avere un futuro in questo sport e poter guadagnare dei soldi. C’è un perfetto equilibrio tra studio e pallavolo; quando sei stanca di allenarti, vai a studiare, quando sei stanca di studiare, puoi allenarti, per esempio. La vita al College, poi, è davvero bella. Avevo compagne di squadra che venivano da ogni parte degli Stati Uniti, Colorado, Chicago, North Carolina…Nella East Coast non ci sono grandi squadre universitarie di pallavolo, ad eccezione di quella di Penn State. La mia Università è al centro dello stato della Pennsylvania, in quella che è chiamata “Happy Valley”; è una città molto piccola, circondata da campi, ma si respira davvero in ogni angolo l’orgoglio di far parte della Penn. Gli incontri della squadra di football sono seguitissimi, in alcune occasioni c’erano centodiecimila persone (!!!) sugli spalti. Incredibile. Le partite sono solitamente di sabato, e se l’inizio è fissato alle 8 di sera, fin da mezzogiorno i vari campi che circondano lo stadio sono pieni di gente, c’è la banda, si fa il barbecue, si beve birra e si aspetta che la partita abbia inizio. E’ qualcosa di molto comune nelle Università degli States, si respira un’atmosfera incredibile. Quando ti capita di vedere centodiecimila persone vestite tutte di bianco (viene chiamato “White Out”, dal momento che i colori sociali della Penn State sono bianco e blu) è qualcosa davvero difficile da spiegare a parole…La cosa bella è che noi giocavamo venerdì e sabato. Il sabato, dopo il football, molta gente veniva a vedere le nostre partite. Capitava di avere seimila spettatori tutti vestiti di bianco, tutti eccitati dalla gara di football appena terminata, che cantavano e tifavano per noi.

Un’altra cosa bella dell’essere al College è trovarsi con studenti/atleti, come te, ma anche con studenti che hanno altre attività e non praticano sport. Noi della pallavolo dividevamo le palestre con chi giocava a calcio e praticava wrestling, mentre i ragazzi del football erano in un’altra ala, assieme ai ragazzi dell’hockey su prato e altri sport. Anche durante le lezioni, ovviamente, ti trovavi in classe con atleti e non atleti (che sono la maggioranza della popolazione universitaria) che venivano da ogni parte del Paese: un’esperienza fantastica. Chi non è atleta, solitamente, fa parte di confraternite che sono attive nelle raccolte di fondi per enti bisognosi, o per cause benefiche: ricordo che in occasione di una festa organizzata ogni anno per la raccolta di fondi contro il cancro è stata raggiunta la cifra di sei milioni di dollari.

Pensi che sia un problema,per gli Stati Uniti e il loro movimento pallavolistico, non avere un campionato professionistico interno?

Sì, perchè per far si che la pallavolo diventi una professione sei in qualche modo costretto a lasciare gli USA. Per me, sarebbe bellissimo avere un campionato interno, perchè darebbe la possibilità a molte giocatrici straniere di venire nel nostro Paese. Ma il problema è il rapporto che gli USA hanno con la pallavolo; non è uno sport nazionale. NBA, NFL, MLB si prendono tutti i soldi degli sponsor. Poi non molti capiscono il gioco, a differenza di quanto capita per esempio qui in Italia, dove tutti gli spettatori ne conoscono le regole, e pensano alla pallavolo solo come “picnic volleyball”, quell’attività che pratichi nei parchi dopo le grigliate. Comunque, la pallavolo negli Stati Uniti sta crescendo molto, sia dal punto di vista del beach che dell’indoor. Mi è capitato quest’anno di sentire molte persone che mi hanno detto “ci piace questo sport, magari non capiamo proprio tutto ma in generale è uno sport che ci piace”. Qualcosa si sta muovendo.

 La tua prima esperienza al di fuori dei confini degli Stati Uniti è stata in Cina. Com’è stato ambientarsi in un Paese così diverso dal tuo?

Ero molto giovane e per me è stata una grande opportunità. Avevo appena finito il College e nessuno mi conosceva ancora, come atleta. Ho colto l’occasione che mi ha proposto Lang Ping, ex head coach della Nazionale, e sono partita con Nicole Davis, libero del Team USA che è diventata una delle mie grandi amiche. Eravamo io e lei: perfetto.

L’esperienza in Cina (al Guangdong Hengda) è stata interessante, ma non posso dire di aver vissuto la “vera” Cina. Eravamo in un posto circondato da mura, all’interno delle quali trovavamo tutto quello di cui avevamo bisogno: la palestra, le stanze, avevamo addirittura un cuoco che cucinava solo per noi… era come una cittadella, noi la chiamavamo “la bolla” (lett. “the bubble”). All’interno della bolla tutto era perfetto, ma quando uscivamo ci rendevamo conto delle enormi differenze che c’erano nella società. Non uscivamo spesso, ma quando capitava lo scenario era davvero triste. Tuttavia, dal punto di vista sportivo, era molto stimolante. La squadra era forte, ho giocato con tre atlete che hanno vinto l’oro ad Atene nel 2004; poi lo stile di gioco era adatto a me, perchè in Asia gli attacchi sono molto veloci e i muri mi davano molta soddisfazione. E’ stato l’inizio perfetto per la mia carriera da professionista.

Cosa ti è mancato di più degli Stati Uniti nel periodo trascorso in Cina?

La mia famiglia. In Cina non si celebra il Natale, io non potevo tornare a casa e tutto questo mi ha pesato parecchio. Anche il cibo, a dire il vero, e la lingua: nessuno parlava inglese delle mie compagne e imparare il cinese è un’impresa. Ho imparato le parole-chiave per la pallavolo e in campo trovavamo un’intesa, ma è stato fondamentale avere Nicole con me, avere un’altra ragazza americana con cui poter parlare.

Come hai deciso di venire a Modena?

Ero al “Volley Master Tournament” di Montreaux, in Svizzera. Davide e Marco (il mio manager) sono venuti a vedermi e durante la gara Davide si è convinto che mi voleva nella squadra. Mi hanno raccontato di Modena, dei progetti, ho parlato con alcune mie compagne che avevano già giocato qui e mi hanno convinto nella scelta. Poche settimane dopo ho firmato il contratto. Ero l’unica americana in squadra, ma questo è stato bello perchè mi ha permesso di conoscere cose nuove. Mi ha costretta a parlare con persone nuove, perchè solitamente quando hai un’altra compagna di squadra americana tendi a parlare solo con lei, o soprattutto con lei. Tutti qui sono stati fantastici con me, mi hanno accolta benissimo e fatta sentire a mio agio fin da subito. Adesso posso dire di avere tre “home”: Pittsburgh, Anaheim in California dove ho un sacco di amici e Modena. Ora, per me, vivere in una di queste tre città non è più un problema. Ecco perchè lo scorso anno ho firmato il prolungamento del contratto.

Perchè hai scelto il numero 13?

Il mio numero preferito è il 3. Nella mia prima stagione qui a Modena un’altra ragazza aveva quel numero, allora ho scelto il 13 perchè era il primo numero che contenesse un “3”. Anche nel Team USA è andata così.

Parlando della Nazionale, appunto, il cambio alla guida da McCutcheon a Kiraly quali differenze comporta, secondo te?

Il fatto che Kiraly subentri a McCutcheon è perfetto, per il Team USA. McCutcheon è stato un coach fantastico, ha introdotto nella squadra un nuovo modo di giocare, nuove tattiche, e posso dire che ha portato la squadra in una nuova era. Provenendo dalla squadra maschile, infatti,ha dato un’impronta molto più fisica. Adesso siamo una squadra molto fisica, grazie al coach abbiamo intrapreso una strada con una mentalità che ci farà togliere delle soddisfazioni. Kiraly era già parte dello staff, ha partecipato a questo cambiamento, e sicuramente continuerà nel solco tracciato. McCutcheon ha lasciato la Nazionale per motivi famigliari, ha due bambini piccoli e l’impegno era troppo gravoso e lo capisco al cento per cento. Kiraly ha figli più grandi e la possibilità di concentrarsi su questo lavoro. E’ stato un grande giocatore, ha vinto tanti titoli, conosce già la nostra mentalità. E’ stato di grande aiuto parlare con lui, per me ma anche per le mie compagne, e sicuramente sarà fondamentale avere uno come lui alla guida della Nazionale in un momento di transizione, di ricambio generazionale come sta accadendo a noi.

Qual è l’aspetto della pallavolo che ti piace di più?

La squadra. Perchè nella pallavolo tutte le sei giocatrici partecipano sempre alla conquista del punto. In sport come il basket, il football, un solo giocatore può cambiare la partita, può fare la differenza. Nel volley, invece, anche se non tocchi la palla nell’azione, devi coprire, devi salvare, tutte le sei ragazze in campo, ma anche le sei in panchina, hanno un compito fondamentale.

Quali sono le fonti di ispirazione per trovare la carica che metti in campo?

Un paio di cose, direi. Fare del mio meglio per la mia squadra, sicuramente, la voglia di vincere sempre, di conquistare il prossimo punto, non arrendersi mai. Poi, la mia fede in Dio che mi spinge sempre a fare la mia parte quando vengo chiamata in causa.

Nel tuo ruolo, a tuo parere, chi è la migliore giocatrice del momento?

Difficile, molto difficile scegliere onestamente una sola giocatrice in un ruolo definito. Però  in generale direi Kim: è una giocatrice completa; mi ha impressionato perchè ha saputo attaccare il nostro muro passando sopra, qualcosa di incredibile. Poi anche con le compagne, dava l’impressione di essere una leader e di dare sicurezza a tutta la squadra.

Se non fossi una giocatrice di pallavolo, cosa avresti fatto?

La meteorologa. Mi sarebbe piaciuto tantissimo. Alla Penn State c’era il corso di meteorologia, ma c’erano troppe attività da fare all’esterno e non avrei potuto conciliarle con il volley. Mi piace anche tanto insegnare. Quando mi ritirerò dalla pallavolo, probabilmente diventerò insegnante o allenatore, perchè vorrei dare una mano alle generazioni future. Ma quello che mi preme adesso è fare al meglio la pallavolista.

Matteo Mangiarotti e Cristina Gatti – Foto Riccardo Giuliani e Usa Today

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