Carolina Costagrande: l’umanità è la forza del gruppo

Scritto da on gen 10th, 2017 e archiviato sotto la categoria Interviste, Notizie, Senti chi parla, Serie A1. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

15419597_653136404811438_3901521389298184670_o[A cura di Emanuela Macrì - Foto Miccoli] La geografia, a scuola, non era tra le sue materie preferite. E il cambio di città, quindi di istituto, il primo dei tanti trasferimenti per necessità sportive, non aveva favorito lo studio della materia, anzi: per uno strano scherzo del destino, aveva portato a un ripetersi del medesimo programma che prevedeva lo studio del continente americano e dello stato dell’Argentina in particolare. Il resto del mondo l’avrebbe scoperto qualche anno dopo. Dopo il diploma di ragioniera e quel sogno destinato a infrangersi: da amante della biologia, Carolina Costagrande sognava di frequentare la facoltà di Medicina. Ma poi ci avrebbe pensato il volley a impegnarla, a rapirla, letteralmente.

E venne chiamata due cuori. Come titola il famoso romanzo in cui la scrittrice statunitense Marlo Morgan narra una particolare esperienza di convivenza-sequestro con gli aborigeni, in terra australiana. A rapire Carolina, invece, sarà l’Italia, il paese che la vedrà crescere come atleta e come donna. “Ora convivono in me due Caroline: una argentina e una italiana. In fin dei conti – racconta la schiacciatrice oggi all’Imoco Volley Conegliano – ho vissuto la prima metà della vita in Sud America e la seconda parte, quella della crescita e della maturazione, in Italia. Qui ho trovato un posto dove diventare una professionista, migliorare e acquisire le esperienze necessarie per fare della pallavolo, un lavoro”. A questo si aggiungeranno le vittorie con la Scavolini Pesaro, le esperienze e i titoli nell’est del mondo, dalla Russia della Dinamo Mosca, alla Cina, passando per la Turchia del Vakifbank Istanbul alla Polonia dell’Impel Wroclaw. Per perfezionare quegli studi in geografia rimasti incompleti, con una prova sul campo, in tutti i sensi. “Passaggi e stagioni che hanno sommato esperienza e valore alla mia carriera e mi hanno messa alla prova come donna”. Fino a quando le italiche sirene hanno ripreso a cantare, e Carolina non ha saputo resistere.

14712975_611066455685100_4225209528988338703_o“Dell’Italia – continua la schiacciatrice nata a Santa Fe – mi sono mancati il modo di vivere, i sapori della cucina e quelli dei rapporti interpersonali, le amicizie strette nel corso degli anni e il legame con i tifosi, unico rispetto al resto del mondo. A questo si aggiunge la chiamata di una società, la Imoco Volley, con un progetto e una voglia di futuro a cui non potevo dire no”. E allora ecco pronto un biglietto per Conegliano, dove l’italo-argentina si sente davvero a casa. “Mi piace il gruppo, c’è molto umanità e questo è il dato fondamentale. Ci sono delle potenzialità in questa squadra, sia tecniche che fisiche, che si intravedono e devono ancora essere esplorate, devono ancora venir fuori. Sono meccanismi che abbisognano di tempo ma stiamo lavorando bene e i risultati fin qui raggiunti parlano proprio di questo. Ma ci vuole pazienza e dedizione, perché quei grandi margini di miglioramento si traducano in fatti: siamo ancora in una fase di conoscenza, si può dire, perché si tratta di un gruppo completamente nuovo e nessuna di noi ha mai giocato in club con le altre, fatta eccezione per la Nazionale che, però, è tutta un’altra questione”.

L’umanità quale tratto distintivo, quale ingrediente per esaltare un piatto già ricco di suo. “È bello vedere che nello sport c’è ancora spazio per l’umanità, proprio oggi che l’essere umano vive un momento difficile. E questo è un sapore tipico del campionato italiano, dove vedo più probabilità che in altri posti che il gruppo funzioni. Sarà per via di quella cultura sportiva e quell’idea di sacrificio legata alla disciplina… chissà! Non saprei indicare esattamente di cosa si tratti ma so per certo che in Italia, è così. Anche se non posso dire che sia un’esclusiva, perché rimane il dubbio che certi meccanismi, altrove, possano essermi sfuggiti anche a causa del fatto che non conoscevo la lingua e le comunicazioni diventano davvero difficoltose se non riesci a coglierne le sfumature. All’estero ho vissuto momenti importanti negli ultimi anni, molti bellissimi e indelebili, ma anche alcune situazioni che non mi donavano piacevolezza. E la voglia di tornare cresceva”.

15016284_626644160793996_6337058360869251489_oDi tornare a casa, in un paese che, ora, è anche il suo. In quel paese che all’inizio la incuriosiva per via della troppa formalità, ma che in compenso ha subito apprezzato per l’attenzione al dettaglio “cosa che, per una persona pignola come me, era puro ossigeno”.  Usi e costumi che ha imparato a conoscere e amare. Soprattutto costumi e una maglia, quella azzurra. “Ho desiderato vittorie e sperato di giocare in una squadra o in una città, ma la chiamata in Nazionale proprio no, non l’avevo messa in preventivo”. E invece un giorno del 2010 Massimo Barbolini le confeziona quella che non esita a definire “la più grande sorpresa della mia carriera” con una convocazione capace di trasformarsi, nel giro di un anno, in un oro alla World Cup e un premio personale quale miglior giocatrice del torneo. Una sorpresa anche questa? No, solo una conferma.

La conferma del talento di una giocatrice che nella carriera ha vinto tanto, tantissimo, quasi tutto e ha saputo smussare i lati di un carattere che in passato, pare, non fosse privo di qualche spigolo. “Sono diventata una donna paziente – continua Carolina, con una voce tanto dolce da far dubitare di antiche durezze – e un’atleta più tollerante nei confronti degli errori, miei e altrui, che una volta non perdonavo. L’età adulta mi ha regalato la comprensione e so che questo mi ha fatto guadagnare quella stima e quel rispetto che sento molto forti nei miei confronti. Ora non mi scaglio più contro ma vado incontro alle compagne”.

Carolina ha imparato ad aspettare per vedere i frutti del cambiamento, aiutata in questo dalla sua nuova passione, la scoperta del pollice verde: “mi piacciono le piante e in casa ne ho una decina. Trovo interessante osservarle mentre crescono, si modificano e regalano fiori che colorano anche l’umore. Prendersi cura di loro, rispettandone i tempi”.

 14712975_611066455685100_4225209528988338703_oMa non tutto è cambiato in lei. “C’è un difetto – conclude la numero 12 dell’Imoco Volley – che voglio mantenere, perché lo considero un pregio: quello della trasparenza. Non sono fatta per le maschere, non so tacere. E questo, in alcuni momenti, mi ha penalizzata, lo so. Perché non tutte le persone apprezzano la franchezza e la sincerità può diventare un’arma a doppio taglio. Ma è un rischio che voglio continuare a correre”.

E venne chiamata due cuori, dunque. Ma attenzione però: se il romanzo della Morgan, per ammissione della stessa autrice, si sottrae in larga parte alla realtà per lasciar posto all’immaginazione, questa di Carolina, è una storia vera. Senza maschere e senza paura di essere così, così com’è.

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