Jackie, un’umanità svelata al netto di gossip e mondanità

Scritto da on feb 24th, 2017 e archiviato sotto la categoria Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

Jackie macrì vivocult[di Emanuela Macrì] No, non è un biopic. E se consideriamo la materia trattata, difficilmente potrebbe esserlo: come può un solo film, infatti, raccontare, riuscire a contenere un personaggio come Jackie, una donna alla quale nemmeno serviva il cognome per farsi riconoscere? Pablo Larraìn, ma ancor di più Noah Oppenheim che il film lo ha sceneggiato, questo lo sapevano fin dall’inizio. E quindi no, non potrà essere un biopic, anche per via della scelta di restringere il campo a pochi giorni della vita della signora Kennedy, quelli che dal celeberrimo sparo di Dallas l’accompagneranno alla sepoltura del marito.

Al netto di gossip e mondanità, la pellicola scivola lungo l’asse dei ricordi, un continuum costituito da una lunga intervista rilasciata a un giornalista, non meglio identificato, a pochi giorni dall’ultimo, estremo, saluto. In mezzo, una pioggia di flashblack, che cadono come appuntiti cristalli su una ricostruzione attenta ai particolari e, proprio per questo, carica di difficoltà. La prima, naturalmente, è quella che Jackie (una magistrale Natalie Portman) incontra nel tradurre in suoni un dolore ancora vivo, capace di debordare da una gestualità appena accennata anche nella nevrosi, dalle parole tra loro spesso sganciate, da quelle pause che si aprono come crepe e dalle quali sembra uscire un raggio di buio.

Jackie, il film, si compone una sigaretta dietro l’altra, mentre i contorni di un’umanità svelata con insistiti primissimi piani, corpi contundenti e quasi affaticanti alla visione, sembrano bruciare senza tregua. Perché il lutto lo si guarda da vicino, perché non c’è altro modo. Anche se la signora “o ex signora Kennedy, come mi volete chiamare ora” tanto per dirla con la protagonista, non si nasconde ma, anzi, decide di mostrare il suo tailleur Chanel rosa macchiato dal sangue del marito, perché il mondo sappia che cosa gli hanno fatto.

Una narrazione scissa tra passato e presente, dunque, inguainata nella perfezione di inquadrature geometriche e di proporzioni filmiche maniacalmente misurate, figlie di un’ossessione che sembra trovare eco nello studio millimetrico della cerimonia funebre, disegnata sulla misura di quella di Abraham Lincoln, un altro presidente assassinato. Il tutto avvolto, impastato da una fotografia granulosa e volutamente vintage, sixty.

Il resto è il ritratto di un’umana difficoltà nell’affrontare il cambiamento e la solitudine, abilmente giocato con una serie, convulsa e metaforica, di cambi d’abito con qualche bicchiere (e pillola) di troppo mentre in sottofondo suona un disco, sempre lo stesso: è Camelot, il preferito di JFK, quello che spesso la sera risuonava e aleggiava tra le stanze del secondo piano della Casa Bianca, degli appartamenti privati della famiglia presidenziale. “Per ricordare che per un breve e radioso momento c’è stata un’altra Camelot, dopo quella di Re Artù. Un luogo dove uomini qualunque hanno deciso di combattere per un ideale comune.”

Un appunto? Il tema e la messa in scena avrebbero meritato un formato panoramico, anche quale omaggio al Cinemascope, tanto in auge al tempo dei fatti , tanto sixty.

Foto fonte web,  Coming Soon

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