Storie di sport. Conoscere la crisi, per sfidarla

Scritto da on dic 15th, 2017 e archiviato sotto la categoria GetSportMedia, News, Notizie, Serie A1. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

25152412_10159678499890335_3499430971204714129_n[di Emanuela Macrì] Il sostantivo di genere femminile più abusato (e, ormai, odiato) dell’ultimo decennio è, senza ombra di dubbio, CRISI. Capro espiatorio di innumerevoli situazioni e insieme reale colpevole di un notevole ribasso del tenore di vita dei più, è la condizione condivisa che sembra non volerci lasciare. Colpa della crisi, evidentemente. Ma siamo sicuri di conoscere davvero ogni sua faccia, ogni sua espressione? Siamo certi che sia un ricettacolo di negatività, un buco nero capace solo di risucchiare energie e ricchezze? Per trovare il primo capo della matassa guardare indietro, a quel Medio Evo a cui ci porta Bruna Rossi, ieri tuffatrice olimpionica e oggi psicologa e docente di Psicologia dello Sport, che muovendo dall’etimologia della parola crisi ci dimostra come l’origine di un termine possa raccontare molto di questo. Perché la crisi è un volto del mutamento e della trasformazione, un momento cruciale della vita, che può prendere la forma di un bivio o di un crocevia.

E nello sport? Se ne è parlato ieri, in Imparare dalle crisi: la lezione dello sport nel tardo pomeriggio di oggi in un’aula Kessler – presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento – strapiena. Perché vittoria e sconfitta, stanno nella natura dell’agonismo, come ben sa ogni atleta che si troverà, prima o poi, a fare i conti con cali di rendimento e quindi momenti di stallo. Molte i motivi che possono condurre alla difficoltà, dall’infortunio all’invecchiamento quale evoluzione naturale che dal campo porta all’uscita dal mondo dello sport, una situazione di cambiamento o i problemi di relazione con compagni o allenatori, senza contare tutte i grattacapi della vita fuori dallo sport.

Alessandro Campagna, campione oggi allenatore di pallanuoto, racconta i momenti di crisi nello sport, i suoi. Come l’infortunio del 1984 e quell’anno di inattività per cui dovrà rinunciare all’Olimpiade, superato tenendo la mente impegnata, diplomandosi all’ISEF. Il suo rientro e quindi il recupero lo porterà poi all’argento mondiale conquistato a Madrid nel 1986 e il premio, a 23 anni miglior giocatore del mondo con una gara quasi perfetta. Quasi, perché commetterà l’errore che tramuterà l’oro in argento, aprendo una ferita destinata a rimarginarsi con fatica. Quella che vivrà sarà una situazione di stress a catena che daranno un oro olimpico, quello del 1992. Frutto di una crisi.

Francesco de Angelis, invece, viene dal mondo della vela, uno sport fatto di spazi ridotti che può generare conflitti anche molto forti. Uno sport che prevede due binari di preparazione di livello tecnico, visto che impiega anche un mezzo. Molte le variabili, poi, tra cui il meteo, la strategia della gara e la lunghezza della stessa con prove in condizioni diverse. Tra i contro la necessità di mediare e la difficoltà di riuscire a controllare il problema, perché si tratta di situazioni in cui la costante e la crisi. E bisogna essere sempre pronti, mentalmente flessibili ma anche concreti. Se il fallimento è il mancato raggiungimento dell’obiettivo, infatti, la domanda vera è quella che porta a considerare se l’obiettivo era raggiungibile, con l’asticella posizionata al livello giusto.

E così arriva Julio Velasco, allenatore tra i più conosciuti e apprezzati al mondo, oggi ct dell’Argentina per molti anni in Italia, che subito fa piazza pulita, sgombera il campo da fraintendimenti: sconfitta e crisi non sono sinonimi, si può perdere, infatti, senza necessariamente entrare in uno stato di frustrazione. L’importante è che la squadra non imploda a causa dello scambio di reciproche accuse.

E allora quando la sconfitta porta alla crisi? “Quando non si riesce a circoscrivere la sua portata, a darle una dimensione reale trovando delle priorità, necessarie, per uscirne. Per non permettere che la crisi si autoalimenti, trovando la chiave per uscirne”. Perché nello sport non è importante far le cose bene ma farle meglio degli altri. Per arrivare a questo non bisogna avere paura di affaticarsi ma prendere quale pratica quella di sovraccaricare, senza temere di farsi odiare dai propri giocatori. Per ottenere il meglio da una squadra bisogna fare in modo di mandarla in crisi, prepararla al peggio per ottenere il meglio. Perché se trattiamo qualcuno come debole otterremo come unico risultato quello indeboliremo.

Come ha spiegato Bruna Rossi, in chiusura: “Guardiamo alla resilienza, il termine tanto di moda che viene dal passato, da discipline lontane dallo sport. Oggi tutte le ricerche dicono che le persone che hanno affrontato delle avversità, problemi di un certo peso, superandoli hanno acquisito una tempra più forte degli altri.” Eccola lì, allora, la crisi, abusata parola odiata, ma da oggi (forse) meno insidiosa. Perché per dirla con Velasco:“Uscendo da noi stessi, possiamo guardarla con distacco. E sfidarla.”

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