Wonder e la favola sul bullismo, un po’ammorbidito

Scritto da on gen 8th, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

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[di Noemi Mendola – foto fonte web ] E vissero tutti felici e contenti. È questo il finale da favola del film Wonder diretto da Stephen Chbosky, uscito in Italia il 21 dicembre e tutt’ora nelle sale, complice il discreto successo ottenuto. La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di R. J. Palacio, non è, però, una favola: racconta la commovente e difficile storia di un bambino affetto dalla sindrome di Treacher-Collins, per la prima volta alle prese con il mondo scolastico. La patologia lo ha costretto, fin da piccolo, ad innumerevoli operazioni, che hanno reso il suo aspetto fisico, soprattutto il volto, molto diverso dalla normalità. E, così, si trova ad affrontare i pregiudizi e le diffidenze dei suoi coetanei.

Il film tratta, dunque, i delicati temi della differenza e del bullismo. Auggie Pullman, il protagonista, interpretato da quel Jacob Tremblay divenuto famoso per la sua interpretazione in Room, è vittima di bullismo per colpa del suo aspetto fisico, perché i più si fermano all’apparenza, e non cercano di conoscerlo davvero, nel profondo. La pellicola, eccellente nel tentativo di far immedesimare lo spettatore e a tratti toccante fino alle lacrime, si serve di un caso estremo per denunciare ciò che moltissimi ragazzi subiscono tra i banchi scolastici ogni giorno, per motivi anche più futili: a volte, infatti, è sufficiente una differenza meno evidente, magari non fisica ma  solo comportamentale, per dare inizio al calvario delle vittime.

Sebbene l’obiettivo sia onorevole, la problematica non viene presentata nel modo corretto. Auggie incontra molte difficoltà ma riesce a superarle tutte, per esempio riesce a difendersi dai bulli e trova amici che sanno guardare oltre la copertina del libro. È circondato da adulti pronti ad aiutarlo e sostenerlo, e la situazione, sebbene complicata, si risolve tutto sommato positivamente. La visione scaturita è, tuttavia, eccessivamente edulcorata e per nulla realistica. Il film non rende giustizia a coloro che si sono trovati in situazioni simili, perché tratta il fenomeno del bullismo troppo superficialmente, lo minimizza con le sue facili soluzioni. Inoltre, trascura esiti opposti, meno ottimistici: molti non riescono a salvarsi dalle sofferenze in modo così sereno.

Il film ruota attorno al protagonista, senza però dimenticarsi del suo universo e delle persone al suo fianco. Come la madre, costretta a mettere in pausa la sua vita per curare il figlio, o la sorella, completamente trascurata poiché le attenzioni spettavano solamente al fratello. È palese il tentativo di esprimere più voci, sempre in funzione di arricchire la storia del ragazzo, ma nel corso delle due ore di visione i diversi punti di vista si affievoliscono e si perdono, ancora una volta, nell’happy ending finale. Importante anche il ruolo del preside, capace con poche e semplici frasi di redimere anche il più incallito dei bulli: un siffatto preside difficilmente esiste nelle scuole vere.

La motivazione a questo eccesso di buonismo è facilmente spiegabile. Il pubblico ideale è composto dai ragazzi stessi dipinti nella pellicola, e quest’ultima, da moderna favola qual’è, esprime la sua morale: bisogna mettere in discussione il concetto stesso di normalità e accogliere la diversità come un arricchimento, non un problema. Sarà da valutare, poi, se questo film riesce, davvero, in questo intento.

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