Tre manifesti ad Ebbing, Missouri. Lo specchio della società americana odierna

Scritto da on feb 8th, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

tre-manifesti vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] “Stuprata mentre moriva. E ancora nessun arresto. Come mai, sceriffo Willoughby?”. Sono queste le ormai ben note parole, stampate su cartelloni pubblicitari, del film Tre manifesti ad Ebbing, Missouri, diretto da Martin McDonagh. La pellicola di cui tutti, da qualche settimana a questa parte, parlano: sarà per gli ottimi incassi ottenuti, sia in America che in Italia, o forse sarà per la pioggia di statuette vinte tra i Golden Globes e i Critics’ Choice Awards nel mese di gennaio. Premi tutt’altro che immeritati, per questo film a metà strada tra la black comedy e il dramma, strutturato come uno dei migliori western, che strizza, inoltre, l’occhio ai Fratelli Coen e al loro Fargo.

È inutile cercare di etichettare questa pellicola, dalla storia ben più che originale. Mildred Hayes, la protagonista interpretata dalla pluripremiata Frances McDormand, non può darsi pace nei confronti della polizia locale, incapace di trovare il colpevole dell’atroce morte della figlia. Così, un giorno, decide di sollecitare le indagini, a modo suo però, facendo affiggere all’ingresso di Ebbing i tre cartelloni pubblicitari. Una miccia, questa, che provocherà uno scoppio di reazioni inaudite all’interno della comunità.

Da un lato c’è lei, arrabbiata e assetata di giustizia, dall’altro c’è lo sceriffo Willoughby, malato di cancro e incapace di risolvere il caso e, infine, c’è Jason Dixon, l’agente mammone che ben rappresenta la violenza ingiustificata della polizia americana. Oltre a loro, una miriade di personaggi, anch’essi, come i protagonisti, inclassificabili tra bene e male: la richiesta di giustizia si trasforma ben presto, infatti, in una vendetta efferata che denuncia nitidamente le contraddizioni insite nella società americana d’oggi, e anche quelle del nostro animo.

Il film passa, infatti, in rassegna fenomeni quali razzismo, violenza, discriminazione e ipocrisia, ma non li condanna: piuttosto, ne indica la presenza anche in noi stessi, invitandoci a riflettere. Inoltre, Tre Manifesti soppesa in modo corretto problematiche complesse, senza svilirle: capace di imprimere il dolore dei protagonisti nella nostra carne, non sminuisce ma arricchisce i temi trattati, con il suo stile grezzo e scorretto, a tratti esilarante essendo una black comedy. Questa abilità di McDonagh, in effetti, non è passata inosservata nel mondo del cinema.

Un mondo scosso quasi giornalmente da una caccia alle streghe, o meglio agli stupratori e molestatori, avviatasi dopo le denunce a carico del produttore Harvey Weinstein. Da questo scandalo, dai tratti quasi vendicativi, sono derivati innumerevoli movimenti quali #metoo e Time’s Up, attenti ai diritti fondamentali che donne e uomini di spettacolo non vogliono più vedersi calpestare. Time’s Up è stato, inoltre, protagonista indiscusso dei Golden Globes: appare, quindi, quantomeno una strana coincidenza che proprio in quella occasione sia stato premiato un film così esplicito nella sua denuncia sociale, forse persino specchio di questi movimenti.

Questa coincidenza non vuol negare il valore del film, però sottolinea il rischio di concentrarsi in modo esagerato sui cambiamenti sociali attuali, giusti ma posti eccessivamente sotto i riflettori mediatici. Si finisce per rubare la scena a coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti: i film. Si ha rischiato ai Golden Globes, si spera che non succeda la notte del 4 marzo, quando saranno assegnati i premi Oscar, a cui le nomination del film in questione sono ben sette. Staremo a vedere.

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