Hellblade: Senua’s Sacrifice. Quando l’Inferno è dentro di sè

Scritto da on feb 22nd, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

hellblade-senua-def vivocult[di Noemi Mendola- foto fonte web] Le storie inedite non esistono: tutto è già stato raccontato. L’uomo ha, da sempre, spiegato il suo mondo con miti e leggende e lo ha plasmato secondo le sue credenze, tramite le proprie visioni. E oggi, nel ventunesimo secolo, da quel ricco pozzo ancestrale si attinge a piene mani, per trovare contenuti ancora capaci di interessare un pubblico via via più esigente. Questo accade molto spesso nel mercato dei videogames come nel caso di Hellblade: Senua’s Sacrifice, un’avventura dinamica targata Ninja Theory, uscita la scorsa estate ma ancor oggi sotto i riflettori per le sue molteplici candidature ad importanti riconoscimenti del mondo videoludico, quali i Game Developers Choice Awards e i D.I.C.E. Awards, che verranno consegnati tra febbraio e marzo.

In Hellblade, il mito greco di Orfeo ed Euridice viene rivisitato in chiave nordica, permettendoci di compiere un viaggio in quell’universo per noi tanto affascinante quanto misterioso: il mondo norreno. Ma non è più Orfeo a calarsi nelle profondità viscerali e putride dell’Ade per salvare Euridice dalla dannazione eterna, bensì è proprio lei, Senua, a mettersi in cammino verso l’Helheim, l’Inferno norreno, per sottrarre l’amato Dillion alla morte. E, per farlo, molte prove la aspettano, incarnate in oscuri servitori di Hela, dea dei morti, che tentano di fermarla con una brutalità di forte impatto sul videogiocatore.

 Eppure, Senua non è la tipica eroina a cui siamo abituati. È insicura di sé ed è perseguitata da un passato che non le dà un attimo di pace, continuamente chiamato alla memoria man mano che scende nelle tenebre. L’oscurità, però, prima ancora di essere attorno a lei, è dentro di lei, nella sua mente: la governa e la incatena. Così, il viaggio verso l’oltretomba non è altro che la chiara metafora della sua lotta contro un passato da cui vuole liberarsi una volta per tutte, “una lotta che va combattuta dentro di sè”, come si dice lei stessa.

 Un passato fatto di abusi fisici e mentali da parte del padre, che la isolava dal mondo esterno. Forse è proprio per questo che la protagonista soffre di psicosi, una condizione che il videogiocatore sperimenta sulla propria pelle. A partire dalle molteplici Voci rimbombanti nella nostra testa, le peripezie stesse da affrontare sono, probabilmente, frutto della sua immaginazione: i nemici, gli stupendi e agghiaccianti territori in cui mettiamo piede, il dolore che attanaglia le nostre membra. La paura scaturita da ogni nostra azione.

Con la costante compagnia delle fedeli Voci, sia di aiuto che di intralcio, Senua affronta l’oscurità della sua mente, del suo passato che condizionerà inevitabilmente il futuro: la sua psicosi tanto reale perché per lei è l’unica realtà davvero sperimentata. La sua malattia è ben visibile nella putrefazione del braccio destro, in aumento dopo ogni morte. Se raggiungerà la testa, tutti i salvataggi andranno perduti: un sistema, questo, di permadeath (morte definitiva), difficilmente usato nei giochi moderni. Però, è solo una minaccia del gioco, perché in realtà non è presente in Hellblade. 

Ha, infatti, il solo scopo di farci immergere maggiormente nei panni di Senua. Ed è difficile non entrare in empatia con lei, non sentire nella nostra carne il suo dolore. Hellblade non è un gioco fine a sé stesso: grazie ad esso potremmo comprendere davvero, anche se solo per via indiretta, le persone affette da psicosi, una malattia mentale troppo spesso, ingiustamente, stigmatizzata. Tutto ciò rende ancora più meritate le candidature ottenute da questo videogame, abilmente creato da un team che ha consultato, per realizzarlo, molti psichiatri. Hellblade, per noi, ha già vinto.

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