Kingdom Come: Deliverance. Più realistico di così si muore

Scritto da on mar 15th, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

Kingdom come deliverance - vivovolley - vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] Boemia, 1403 – Sembra un giorno come un altro per Henry, figlio del fabbro di Skalitz, villaggio minerario nel cuore del Sacro Romano Impero. Sveglia tardi dopo una nottata di baldoria, commissioni da compiere e una ragazza da corteggiare. Una spada da forgiare e una vita un po’ monotona, col desiderio di esplorare regioni lontane e misteriose. Chissà cosa direbbe, Henry, del modo in cui i libri di storia dipingono il suo Medioevo: sicuramente avrebbe molti più aneddoti da raccontarci. Soprattutto perché, quel pomeriggio, la sua tediosa esistenza viene sconvolta dall’arrivo tutt’altro che pacifico di un esercito di spietati mercenari. Inizia così Kingdom Come: Deliverance, il videogame partorito dalla Warhorse Studios lo scorso mese di febbraio 2018 e divenuto fulcro, in poco tempo, di numerosi dibattiti nel mondo videoludico.

A pochi giorni dalla sua uscita, infatti, questo originale videogioco di ruolo ha raccolto dal pubblico un favore mai visto ma, nel contempo, ha scatenato una bufera tra i critici, dividendoli come pochi prodotti sanno fare. Per comprendere l’accaduto, è fondamentale ricordare l’obiettivo, più volte dichiarato dall’ideatore Daniel Vávra e del suo team: creare un gioco estremamente realistico, capace di immergere il giocatore nella Boemia medievale, per permettergli di sperimentare in prima persona la vita di quel periodo.

Le polemiche, a partire da quella proveniente dal sito Eurogamer.net, hanno voluto, però, mettere in dubbio il realismo dichiarato, concentrandosi sulla mancata rappresentazione della diversità: in particolare, è stata denunciata l’assenza di personaggi di colore e di omosessuali, che sicuramente, anche all’epoca, non mancavano. In risposta a ciò, però, sono arrivate altre polemiche, la cui tesi è stata molto semplice: il gioco, in tal caso, non solo non sarebbe stato altrettanto accurato storicamente, come da obiettivo, ma avrebbe anche stravolto completamente la trama.

Una trama che vedeva come protagonista indiscusso Henry, alle prese con un mondo crudo e brutale, quello medievale, non semplice da affrontare per la prima volta. Per creare un’avventura capace di non stancare il giocatore, però, spesso la coerenza storica viene piegata alle esigenze di scrittura: Henry, mero fabbro, discute più volte con svariati nobili come se fosse al loro stesso livello, mentre le donne sono libere del loro destino quasi come ai giorni nostri e la Chiesa è sostanzialmente invisibile in tutto il territorio, se non nell’usuale forma di saluto sulla bocca di tutti, “Che Dio sia benedetto”.

D’altro canto, ovviamente, Kingdom Come è pur sempre un videogioco e per questo gli sono state perdonate le  licenze poetiche che si è permesso. Anzi, a distanza di qualche tempo continua ad usare l’estremo realismo come il migliore dei suoi cavalli di battaglia, e non a torto. Bastano poche ore di gioco per rendersene conto: bisogna porre costante attenzione al livello di salute, di igiene e di fame del protagonista. A seconda del modo in cui si desidera procedere nel gioco (onesto o fuorilegge, per intenderci), bisogna curare la sua esteriorità e scegliere accuratamente le risposte in ogni dialogo, come anche ogni azione.

Come se fosse la vita vera, un fendente di spada può portarci alla morte in pochi secondi. Henry non è dotato di alcuna rilevante capacità e quindi, se da un lato è compito del giocatore farlo evolvere per permettergli di sopravvivere, dall’altro qualsiasi imprevisto può rapidamente concludersi in un game over frustante, specialmente nelle prime fasi di gioco. Alla prova dei fatti il realismo può risultare, molto spesso, eccessivo, quasi un’esasperazione dell’originale idea che ha dato forma a Kingdom Come: Deliverance e l’ha differenziato da molti altri videogame. I numeri delle vendite, però, parlano chiaro: al pubblico la novità apportata dalla Warhorse Studios è piaciuta, molto. Meglio così.

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