Tonya: la folle e irriverente storia di una pattinatrice

Scritto da on apr 12th, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

I-Tonya-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] Il modo migliore per sbaragliare la concorrenza è eliminarla: non è leale, ma è sicuramente la soluzione più efficace. Almeno finché non si viene scoperti. Era il 6 gennaio del 1994 quando la pattinatrice statunitense Nancy Kerrigan venne aggredita dopo una sessione di allenamento: un uomo le colpì con una spranga il ginocchio destro. Era ad un passo dal partecipare alle Olimpiadi di Lillerhammer, e i sospetti ricaddero fin da subito su una delle sue rivali, la statunitense Tonya Harding. Sebbene quest’ultima abbia sempre negato il suo coinvolgimento, fu proprio il suo ex marito, suo complice, a commissionare l’aggressione. Entrambe le atlete, in seguito, riuscirono a partecipare alle Olimpiadi, ma la vicenda costò molto caro alla Harding: fu, infatti, bandita a vita dal pattinaggio.

Parla proprio di questo il pluripremiato film, ora nelle sale italiane, Tonya, diretto da Craig Gillespie. La verità dell’evento, per quanto palese, non è però scontata: la pellicola indaga e prende in considerazione ogni punto di vista. Ognuno ha, infatti, la sua versione dei fatti da raccontare. Specialmente Tonya Harding, pattinatrice artistica dalla carriera tanto fulgida quanto breve, ricordata da tutti per il suo fair play eufemisticamente spicciolo ma anche, soprattutto, per essere stata la seconda atleta in grado di eseguire, in una competizione, uno dei salti più difficili di questa disciplina.

La pellicola è “tratta da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia” condotte alla Harding stessa (che tra l’altro ha molto gradito il lavoro svolto da Margot Robbie, che la impersona) e all’ex marito: il risultato è un biopic ipnotico e irriverente quanto la protagonista stessa, un film che punta a ricostruire non solo la vicenda ma a mostrare, nel modo più realistico possibile, la sua vita. A partire dall’infanzia difficile, con l’abbandono da parte del padre e il comportamento a dir poco mostruoso della madre nei suoi confronti, all’interno di una famiglia di umili origini.

Per proseguire, poi, raccontando del matrimonio burrascoso e violento con Jeff Gillooly, che la picchiava regolarmente e non desisteva neanche di fronte a molteplici ordinanze restrittive. Tra la violenza fisica e psicologica subita, non sorprende che la Harding avesse un temperamento leggermente fuori dalle righe, sia fuori pista, nel privato, sia durante le competizioni. Mai furono messe in dubbio la sua abilità e forza nel pattinare, ma la penalizzarono molto la sua scarsa eleganza e un’immagine troppo distante da quella aggraziata e serena tipica delle atlete dell’epoca.

Il pregio del film risiede, però, nel tentativo di porla sotto una luce diversa da quella, stereotipata, viva nell’immaginario americano e fomentata dai media dell’epoca, soprattutto dopo l’aggressione. Si vuole celebrarla come una delle poche al mondo in grado di eseguire un triplo axel, con sequenze di pattinaggio talmente d’impatto da inchiodare gli spettatori alle poltrone. Certo, il salto in questione è stato realizzato al computer per il film, poiché non fu trovata alcuna controfigura capace di farlo, ma accanto ai titoli di coda troviamo la ripresa originale della competizione del ‘91 in cui la Harding lo eseguì la prima volta. Il suo sorriso appena atterra, le sue braccia al cielo, sono la degna conclusione, il giusto contrappeso, della pellicola.

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