Migranti o viaggianti? Con Senza far rumore al Trento Film Festival si scrutano Orizzonti Vicini

Scritto da on mag 2nd, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

senza far rumore trento film festival vivocult (1)[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Ogni anno, in Italia, il numero delle persone che decidono di lasciare il nostro paese è maggiore rispetto al numero delle persone che decidono di raggiungerlo, sbarchi compresi. I dati parlano chiaro, con buona pace di chi non ci crede e predica l’invasione. Quello che i dati non posso raccontare, però, è cosa significhi, davvero e da dentro, prendere una decisione affatto facile come quella di lasciare la propria vita, gli affetti, la quotidianità, per andarsene senza far rumore.

E Senza far rumore: emigranti in valle di Cembra, ieri e oggi, presentato nella sezione Orizzonti Vicini del Trento Film Festival edizione 66, parte proprio da qui per raccontare la storia di sei persone diverse per età e percorso di vita, con storie differenti fra loro ma accomunate dal medesimo punto di partenza, la Valle trentina di Cembra, e dalla stessa sorte, quella della migrazione. Vissuta sulla propria pelle e portata sulle spalle.

A firmare il progetto, perché di questo si tratta, sono Barbara Fruet e Stefania Viola, operatrici culturali di formazione sociologica, colleghe d’avventura e amiche con un’idea tra le mani e la partecipazione a un bando, indetto Piattaforma delle Resistenze Contemporanee, a diventare una visione, creazione. A farle prendere la forma di un anno di ricerche sul territorio e viaggi oltre confine, ascoltando storie e registrando emozioni, per prender casa in un documentario, grazie alle riprese e il montaggio di Gianpiero Mendini e una colonna sonora (firmata Riff Records) di raro pregio.

29196940_1999873490253821_5617913201507975480_nSei storie di vita, che raccontano molto di più di un viaggio. Per chi come Laura vive la migrazione in seconda battuta, perché figlia di migranti, ma legata alle origini da un filo tanto sottile quanto resistente, come documenta quella lingua a metà tra il dialetto di Grumes e il francese; così come per Claudio che ha lasciato la valle da bambino per poter studiare, per trovare un’esistenza lontana dai campi. Tanto lontana da portarlo in Belgio, dove vive ormai da cinquant’anni ma ancora adesso, quando sente parlare di migrazione, non può non pensare al coraggio che serve per affrontare “un’avventura che poi dovrai pagare. Inevitabilmente”.

Per affrontare gli inconvenienti di una nuova vita lontano dalla casa dove sei nato, “In un paese di cento abitanti e la maggior parte mezzi parenti” come racconta Matteo che da Grauno è sbarcato appena diciottenne a Berlino. Con un contratto in tasca e la maturità da affrontare. “Perché in Germania per stage si intende lavoro regolarmente pagato.” Tanto da permettergli la totale autonomia economica senza rinunciare allo studio. Gli stessi motivi di studio per cui è cominciata anche l’avventura di Davide, partito da Albiano alla volta di Saragozza, in Spagna, per seguire il programma universitario Erasmus. Un progetto di sei mesi divenuti poi dieci, grazie a un contratto di lavoro, e un futuro ad oggi incerto, diviso tra la voglia di tornare e la consapevolezza di un futuro migliore lontano da casa.

Una casa che Linda, ricercatrice fisica da qualche anno a Stoccolma, non avrebbe mai pensato di lasciare. Lei e il suo attaccamento alla valle, all’azienda di famiglia e al maso che oggi guarda da lontano, dal nord dell’Europa, quel nord che le ha regalato una possibilità che l’Italia le ha negato. Perché l’Italia “è il paese dove si investe moltissimo sulla formazione, la cui qualità è decisamente migliore rispetto al resto del continente, accompagnando i giovani fino alla laurea per poi abbandonarli al proprio destino, al bivio che li porta a scegliere tra un impiego in azienda, quando possibile, o la migrazione. Possiamo davvero considerarlo un investimento?”

Una domanda che si pone anche Rocco, oggi titolare di una gelateria a pochi chilometri dalla natia Cembra e ieri, poco più che bambino, migrante. Era il 1973, infatti, quando quattordicenne partiva alla volta di Vienna. Con tanta voglia di farcela e l’energia di chi non si vuol guardare indietro. Una scommessa per quel paese lontano, puntare su un ragazzo tanto giovane, che tornerà in Italia solo per fare il militare. Anzi no, ci tornerà dopo il suo 40mo compleanno, come aveva deciso molti anni prima. Dopo aver messo in vendita l’attività che nel frattempo aveva rilevato. “Ma se tornassi indietro, certo, non lo rifarei”. Perché “quando torni, non sei più uno di loro. Trovi una comunità cambiata che non ti considera più un suo elemento ma ti vede un estraneo.”

senza far rumore trento film festival vivocult (2)Già. Perché il problema dell’identità e dell’appartenenza non sono aspetti secondari. Ma di questo te ne rendi conto solo quando l’altro sei tu. Come racconta Linda, intervenuta al termine di una discussione fra gli zii sul tema dell’immigrazione, per ricordare che anche lei vive la stessa condizione di tutte le persone che arrivano nel nostro paese alla ricerca di una vita migliore. Trovando, peraltro, poca convinzione nei parenti.

Ed è questo uno dei temi guida della ricerca delle autrici del documentario, perché non esistono migrazioni diverse ma, semmai, è la migrazione a essere oggi diversa: dall’esigenza di trovare un lavoro per poter sopravvivere di qualche decennio fa, si è approdati a quella di trovare un’opportunità. Fuori da una valle circoscritta in estensione e morfologicamente divisa. Via da quella valle, ma senza far rumore. Come recita il titolo del documentario che, a chi scrive, suona antifrastico: di rumore, queste storie, ne stanno facendo. Eccome. Tanto da riempire la sala del Trento Film Festival e accendere il dibattito alla fine della proiezione. Tanto da far svelare alle autrici che non è finita qui. Senza far rumore, sempre, ma To be continued…

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