Rabbia Furiosa – Er Canaro. Il Dogman secondo Stivaletti

Scritto da on giu 16th, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

Rabbia Furiosa - Er Canaro, un film di Sergio Stivaletti[di Noemi Mendola – foto fonte web] Roma, 1988. Quartiere della Magliana. Pietro ha una vita un po’ burrascosa: di giorno toelettatore di cani, di notte spacciatore. Dopo otto mesi di carcere, i soldi scarseggiano e le prospettive per il futuro si affievoliscono. Come se non bastasse, c’è Giancarlo, un ex pugile: è proprio per colpa sua che è finito in galera. La loro amicizia non è scontata: un momento prima ridono e scherzano, un momento dopo si arriva alle minacce, e alle mani. È suo succube, Pietro se ne rende conto. È sempre stato lui il debole. Ma ad un certo punto non resiste più: deve vendicarsi di tutti i torti subiti, tutte quelle vessazioni infinite che proseguono da troppo tempo. Un giorno, il corpo di Giancarlo viene ritrovato alla discarica, irriconoscibile: il lato feroce del mansueto si è risvegliato.

Certe cose, come questa, non si dimenticano. Fatti di cronaca simili si sentono tutti i giorni in TV, ma il delitto del Canaro lasciò un’impronta irremovibile nella memoria collettiva degli italiani. Oggi, nel 2018, è ancora un ricordo vivido, e dopo Dogman di Matteo Garrone, tutt’ora nelle sale in tutta Italia (e qui recensito), la vicenda è stata d’ispirazione anche a Sergio Stivaletti, il notissimo esperto di effetti speciali, creatore e ideatore dei più grandi incubi e mostri dei noir italiani e collaboratore di molti registi, tra cui, giusto per citare un nome, troviamo Dario Argento: nel suo Rabbia Furiosa – Er Canaro è impossibile non notare il prezioso lascito di una simile carriera.

Ad ispirare Stivaletti, infatti, fu proprio il ricordo dell’omicidio, punto di partenza di una rielaborazione personale senza alcuna pretesa di verità o aderenza al fatto, come da lui stesso affermato in più interviste. Il suo obiettivo è, invece, quello di riportare il delitto come se l’era immaginato all’epoca, e quando Garrone propose il suo Dogman decise di metter mano alla sceneggiatura, pronta da tempo e dimenticata in un cassetto, e di realizzare il suo delitto del Canaro: suo in tutti i sensi, dato che Rabbia Furiosa è stato prodotto da egli stesso. Di fronte ad una tale libertà creativa (quasi) totale, e ad un trailer difficilmente fraintendibile, il film si preannunciava uno splatter in piena regola, con una preponderante attenzione agli aspetti più truculenti della vicenda.

rabbia furiosa-vivovolley-vivocultNiente di più errato: fin dalle prime scene, infatti, la violenza messa in atto è soprattutto psicologica. La tensione è alta fin dai titoli di apertura, ma scena dopo scena aumenta a dismisura, diventando quasi assordante, capace di togliere il fiato agli spettatori. Le lotte dei cani, gestite del pugile (interpretato da Virgilio Olivari), apportano inoltre la giusta brutalità ad una situazione già in bilico sul filo del rasoio, a causa di vessazioni e minacce continue ai danni del Canaro. Soprusi, questi, che sfociano infine in una violenza carnale di forte impatto: uno stupro feroce, difficile anche da girare, come ricorda lo stesso Olivari. Il tutto diviene, pian piano, insostenibile psicologicamente.

Intollerabile non solo per il Canaro, a cui Riccardo De Filippis da volto e anima, ma anche per lo spettatore stesso, che si sente impotente come il protagonista, si identifica nella sua disperazione. Un tormento, questo, ben visibile nella sua presunta trasformazione in licantropo, dovuta ad una ferita che si era accidentalmente inferto con gli strumenti da toelettatura: uno sfregio simbolo del morso di un cane. La metamorfosi era, come è ovvio, probabilmente solo immaginata, emblema del suo esaurimento mentale – non per questo, però, per lui era meno reale. Se a questa difficile situazione psicologica si aggiunge, poi, la droga che spacciava e che assumeva, non è difficile capire perché, improvvisamente, il Canaro esplode in una vendetta dai contorni disumani.

Ed è proprio a questo punto che l’arte di Stivaletti si fa sentire (e vedere) maggiormente. Dopo averlo reso innocuo, il toelettatore sevizia per lunghe ore il pugile, amputandogli svariate parti del corpo, finché non lo evira e gli somministra un bel lavaggio al cervello, il tutto in un tripudio di fiumi e schizzi sanguinolenti, di splatter vecchio stile che è catartico per lo spettatore, finalmente in grado di ricambiare il pugile con la sua stessa moneta. Una vera e propria liberazione, un sollievo volutamente esagerato e proprio per questo gradevole fino alla risata, specialmente per gli amanti del genere. Poco importa che le torture, nel delitto reale, siano state probabilmente solo immaginate: Stivaletti, er Canaro, lo vede proprio così. E così sia.

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