The man who stolen Banksy, la street art in sala al 36TFF

Scritto da on nov 28th, 2018 e archiviato sotto la categoria News, Notizie, VivoCult. Puoi seguire la discussione di questo post tramite RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questo post.

TMWSB_title_complete[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Una storia che tocca più continenti, sensibilità, religioni. Che trapassa muri alti “tanto da togliere persino l’aria per respirare” mentre da altri stacca opera d’arte senza proprietari. Una storia raccontata dalla voce di Iggy Pop, per una volta in qualità di narratore senza note musicali a far da base, in The man who stolen Banksy il documentario di Marco Proserpio presentato, dopo numerosi riconoscimenti a livello mondiale, al Torino Film Festival, edizione numero 36.

Siamo nel 2007 a Betlemme quando Banksy, il più famoso sconosciuto tra gli street artist (l’opera autodistruttasi dopo la vendita all’asta da Sothebys, vi ricorda qualcosa?), regala alla città palestinese un’opera che trova sede su un muro di un’abitazione privata. Siamo in una Betlemme che non si sorprende, però, perchè alle prese con un’altra opera, seppur architettonica, seppur meno colorata e, decisamente, ancor meno gradita, come la barriera di separazione voluta e costruita per mano degli israeliani.

Una parete privata, si diceva, per un’opera che non ha committenti e individua nell’umanità intera il suo proprietario. Ma che, per contenuti, sembra un messaggio destinato ad una parte di essa, quella che quel muro della vergogna (come qualcuno lo ha ribattezzato) lo ha eretto e lo controlla. Per circa 730 chilometri.

Un muro e un’opera che riproduce una guardia armata nell’atto di controllare i documenti d’identità ad un asino. Il significato pare fin troppo chiaro. Ma quella narrate da Proserpio è una storia che va molto più lontano. Che parte da un’idea, quella di rimuovere l’opera, tagliando il muro su cui risiede, per finire in un centro di vendite all’asta, passando per il web e il sito eBay.

Già. Quattro tonnellate di cemento alle prese con viaggio extra-continentali e ora in paziente attesa di un acquirente, mentre il mondo dell’arte si interroga e dibatte sulla legittimità di un’operazione come quella messa in atto da un uomo che un giorno di trova sul muro di casa un’opera che potrebbe valere una fortuna. E dell’idea di un suo dipendente (al secolo Walid, quel man del titolo) che sognando una vita migliore che non troverà, gli confeziona una soluzione a portata di mano. Armata di mola a disco.

Il documentario, però, sconfina. E dalla storia del Bansky vagabondo finisce per percorre le vie meno battute della street art, per finire a Bologna, tra le sale di Palazzo Pepoli che nel 2016 ha ospitato la contestata, da una parte, e apprezzata mostra Street Art – Banksy & Co. Sconfina nel territorio del diritto dei beni culturali e in quello della legalità dell’arte. Che per sua definizione, però, non ha confini e, almeno in linea teorica, nemmeno padroni.

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